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Tutti a buttarsi sul social, e nessuno che si ricordi cosa vuol dire sociale

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Cambiare

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In questo periodo per ovvi motivi si parla molto di stress da rientro.
Mi è capitato di leggere questo breve post di Alessandro Longo: in questa forma non lo condivido, ma diciamo che in parte contiene un’indicazione interessante.

Se ci si stressa all’idea di tornare al lavoro, non è “normale”, ma è un problema che va risolto cambiando le scelte esistenziali.

Trovo che un’analisi del genere sia abbastanza superficiale, perché lo sappiamo bene tutti che molti di noi non si scelgono il lavoro, ma anzi ringraziano quasi tutti i giorni di averne uno, e di non essere disoccupati o in cassa integrazione.
E tra questi, alcuni hanno pochissime possibilità di cambiare vita, soprattutto per via delle responsabilità che hanno (ad esempio, una famiglia con figli, ma gli esempi potrebbero essere infiniti).

Ma c’è sempre un ma.
Non sempre la situazione è questa, e mi è capitato spesso di vedere persone che sono single, con una famiglia d’origine in buona salute che volendo potrebbe aiutarli in caso di disastro, fare un lavoro odioso e odiato senza nemmeno pensare che potrebbero esserci delle alternative.
Molto spesso le motivazioni di fondo di queste persone sono legate alla paura del cambiamento (ad esempio, non vogliono lasciare la città in cui vivono, gli amici, le abitudini), oppure all’incapacità di pensarsi ad apprendere cose nuove (ottenendo un nuovo titolo di studio e/o facendo corsi di formazione).

La frase del post di cui sopra allora acquista un significato diverso: non è che in alcuni casi andrebbero davvero ripensate le scelte esistenziali?
Non sto dicendo che non sarebbe rischioso, il rischio va valutato caso per caso e chiaramente non deve essere eccessivo, ma l’immobilità totale che vedo in tantissimi casi non è di certo una soluzione: è meglio ammalarsi di stress per fare un lavoro odioso e non cambiare oppure stressarsi perché si sta rischiando qualcosa per poter migliorare la propria vita?
Spesso insomma il cambiamento non è una questione di coraggio, ma frutto di una attenta valutazione di quello che davvero è conveniente.

Ci sono molti esempi positivi in questo senso, ancora in corso, a cui auguro molta fortuna.

Ci sono due amici che probabilmente si riconosceranno in questa descrizione: uno di loro ha lasciato per la seconda volta la sua città per venire a Milano (la prima era per un’altra città del Nord); l’altro ha deciso di essere meno indipendente lasciando il lavoro per dedicarsi anima e corpo all’università, con tutti i problemi che questo comporta (soprattutto quelli legati alla convivenza con i genitori).
E’ una vita fatta di compromessi, di rinunce, di sacrifici, grandi e piccoli; una vita non facile, ma loro almeno alla fine potranno dire: almeno ho fatto un tentativo.

Poi c’è un esempio di cambio radicale di vita, che non conosco personalmente, ma credo che per lui non sia stato facile, e che non lo sia tuttora:

Ero un informatico, adesso provo a guadagnarmi da vivere con il cibo. Sto raccogliendo fondi per una bici da trasporto per le consegne.

Naturalmente invito chi ne ha la possibilità a partecipare alla raccolta fondi.

C’è anche un libro che ho letto di recente e che vi consiglio: Quasi quasi mi licenzio.
Da leggere non tanto per gli esempi, visto che in molti casi le persone che hanno cambiato non hanno rischiato granché e partivano spesso da una situazione vantaggiosa, ma piuttosto per riflettere su come a volte il cambiamento ci chiama da vicino e noi non ce ne accorgiamo, e sul fatto che possiamo trovare la nostra strada riflettendo attentamente su quello che davvero ci piace fare.

Insomma, ogni tanto riflettere sul fatto che il cambiamento non è sempre una cosa negativa può far bene a tutti noi.

Il modo in cui gestisco il mio profilo pubblico in rete non ha nulla a che fare con la mia professionalità.
La mia professionalità, fino a prova contraria, si può capire solo sul campo, ovvero sul lavoro.

Il colloquio di lavoro si fa, di norma, per prendersi le reciproche misure.
Il lavoratore cerca di capire meglio com’è l’azienda, e che tipo di lavoro e di contratto gli viene offerto; il datore di lavoro cerca di capire quanto il lavoratore sia preparato e adatto al lavoro che gli serve, e se la persona si mostra affidabile.

Qualsiasi contratto a tempo determinato o indeterminato prevede un periodo di prova, durante il quale il datore di lavoro può licenziare il lavoratore senza preavviso.
Il contratto a progetto prevede che si possa licenziare il lavoratore, in genere, dopo un mese di preavviso, ma si può sempre contrattare, per esempio, una settimana di prova.
In altre parole, in ogni caso il datore di lavoro ha a sua disposizione dei mezzi per capire se il lavoratore che ha deciso di prendere con sé è professionale o meno.
Può anche capire, per dire, se gli sta antipatico o no, e se fa bene il suo lavoro.

Non è affatto vero che si capisce com’è una persona molto meglio in mesi di frequentazione, per esempio, del suo profilo di Facebook, che in un periodo di prova, anche breve; perché quello che si vede online, fino a prova contraria, è necessariamente solo una parte di quello che è una qualsiasi persona.

Il fatto di comunicare in forma scritta limita di per sé la conoscenza (mancano tutti i segnali para e non verbali, per esempio).
Inoltre ciascuno utilizza i social network in modo assolutamente personale, e decide autonomamente che cosa far trasparire e che cosa no.

Nel mio caso, c’è davvero molto, molto poco di personale, e ancora meno riguarda la mia professione, che tengo di solito ben separata da quello che considero la mia vita personale sia da quello che considero il mio profilo pubblico in rete. Ritengo che poter tenere ben separata la mia vita personale da quella professionale sia un mio diritto.

Se sei un’azienda, o un cliente privato, e stai leggendo qui, stai cercando un web developer, non una figura legata in qualche modo alla comunicazione. Non hai perciò alcuna necessità specifica di sapere come mi muovo nel campo della comunicazione online.

Per me le antipatie o le simpatie in rete e/o nella vita reale in nessun caso sono fonte di condizionamento sul mio lavoro. E’ un modo di lavorare che ho sempre portato avanti, e che continuerò a utilizzare, per un motivo molto semplice: funziona, e anche piuttosto bene.

Se vuoi sapere qualcosa sulla mia professione, c’è il sito del mio curriculum e il mio profilo Linkedin, dove ci sono anche alcuni giudizi lasciati da colleghi.

Perciò, se pensi di poter capire chi sono ma soprattutto come lavoro leggendo quello che scrivo qui o in altri luoghi virtuali, per quanto mi riguarda non ho piacere a lavorare con te e per la tua azienda. Senza offesa, chiaramente.

Cordiali saluti