Terzo livello

Tutti a buttarsi sul social, e nessuno che si ricordi cosa vuol dire sociale

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A volte, tornano le vecchie domande, prepotenti.
Si insinuano nei pensieri di tutti i giorni, nella quotidianità, senza un motivo preciso, senza un filo logico.
Arrivano, e non se ne vanno più via.

Questa domanda per me è davvero cruciale.
Ho speso una vita a cercare una risposta, ma soprattutto ho speso una vita a cercare di capirne le conseguenze.

In quanto persona, non sono soltanto la mia manifestazione fisica: sono anima, spirito, qualunque sia la parola che vi piace usare; per me è indifferente, a meno che dentro non ci mettiate un significato religioso.

Non sto affatto parlando dell’anima cattolica, né di un’anima che si reincarna in corpi differenti.
Sto parlando di quella parte dell’esistenza di ogni persona che va al di là della quotidianità, del concreto, del carnale, dei problemi pratici. Quella parte dell’umanità che ci rende diversi da tutte le altre specie, la parte pensante, che ci ha permesso di essere non più natura ma soprattutto cultura.
Quella parte dell’essere umano che si chiede: c’è qualcosa di più oltre quello che vedo?

E questa è la domanda che si è insinuata nella mia esistenza ora.

Non ne conosco la risposta, ovviamente. So solo che la mia vita è diventata così arida che il mio spirito, ora come ora, è come se fosse in un deserto. Il mio spirito ha sete e fame, ma io non ho nulla da offrirgli.

Ma arriverà il giorno in cui dovrò fare i conti sul modo in cui ho condotto la mia vita.
Quel giorno mi fa paura: perché lo so che la mia mano sarà vuota.

Se in fondo ai miei occhi ci vedi tristezza, adesso sai perché.

on air: 42, Coldplay

Towel Day :: A tribute to Douglas Adams (1952-2001)

Mi è capitato di leggere un post ieri che mi ha scatenato una serie di pensieri, a cui oggi cercherò di dare una forma.
Ho dichiarato più di una volta che su questo blog non scrivo le cose che ritengo particolarmente personali, perché di natura sono una persona riservata, schiva. Non lo scriverei mai qui se dovessi cominciare a convivere oppure sposarmi, o se succedesse qualcosa di bello o di brutto alle persone che mi sono più care (anche se in effetti nel caso delle belle notizie potrei fare delle eccezioni). Insomma, non scrivo di fatto gli avvenimenti che mi riguardano da vicino e che sono quelli più importanti (sto volutamente omettendo qualcosa che è successo alcuni giorni fa; ma se sei mio amico e stai leggendo qui, sai benissimo a che cosa mi riferisco). Anche quello che scrivo, che non mi riguarda direttamente, ha subito un forte ulteriore filtro: ometto alcune cose che credo che non siano di interesse pubblico e che preferisco tenere per me.
In generale, è piuttosto difficile, leggendo queste pagine, poter capire realmente come sto.
Leggendo quel post mi sono venute in mente tutte quelle persone che ho conosciuto anche molto prima che i blog esistessero e che ora passano di qui. Ce ne sono, potrei fare nome e cognomi, so che passano ma di fatto non hanno nessun altro tipo di contatto con me, sebbene sappiano come contattarmi.

Quello che mi chiedo è: perché queste persone si accontentano di “far finta di entrare in contatto con me”?
Non sto parlando appunto di qualcuno che non mi conosce di persona e che ha trovato carino questo blog e che ogni tanto viene a farsi un giro (cosa che faccio anch’io, ma magari poi se se ne presenta l’occasione ho piacere di conoscerle di persona).
Mi chiedo perché queste persone non mi scrivano una e-mail, un sms, non mi facciano una telefonata oppure non mi offrano un caffè, preferendo leggere queste righe.
Accontentarsi di un surrogato di vita, senza sapere come sta effettivamente una persona, magari dicendo, quando li incontro per caso o perché sono stata io a cercarli, che sanno come sto perché l’hanno letto sul blog, per me è qualcosa di davvero incomprensibile.
Qualcuno di voi per caso ha un’idea in proposito? Perché, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare nessuna spiegazione plausibile.
Ogni suggerimento è ben accetto.